Maison&Objet
ruben-modigliani 31/07/2024

Giles Tettey Nartey, ritualizzare il quotidiano

L’architetto, designer e artista britannico (ma con forti radici africane) parla del suo lavoro. Un mondo in cui si intrecciano arti applicate, performance e ricerca sociologica

Durante la Milano Design Week 2024, la Triennale ha ospitato la mostra Class of ’24 organizzata dalla rivista Wallpaper*. Tra i pezzi esposti, c’era Communion, un tavolo scultura disegnato dal designer/artista Giles Tettey Nartey realizzato in legno di acero americano con patina nera e commissionato per l’occasione da American Hardwood Export Council.

Per AHEC, l’obiettivo principale di queste collaborazioni è colmare il divario tra il settore del design e la rigenerazione naturale delle foreste che forniscono i legni di latifoglia americani, e promuovere un approccio sostenibile ai materiali guidato dall’effettiva disponibilità delle risorse piuttosto che dai trend.

Communion by Giles Tettey Nartey – photo © Christian Cassiel

Formatosi al Politecnico di Milano e alla Bartlett School of Architecture (Londra), dove oggi è professore associato, nel suo lavoro Tettey Nartey utilizza film, performance e installazioni per investigare sull’ampio bagaglio culturale africano: un approccio che si pone all’intersezione tra arte, design e ricerca sociologica. Lo raggiungiamo (digitalmente) nel suo studio londinese.

Il tuo lavoro si compone di elementi abbastanza inconsueti per un architetto/designer. Come si incastrano i pezzi di questo puzzle?
La mia pratica al momento si colloca a cavallo di questa idea di rituali dell’Africa occidentale e di pratiche domestiche – preparare il cibo, giocare, raccontare storie, sedersi insieme – che poi possono essere rielaborate, riposizionate come performance artistiche e qualcosa che trascende il quotidiano.

Communion (2024) – photo © Christian Cassiel

Communion, l’opera che ha presentato a Milano, parla di cibo, ma non solo. Può dirci qualcosa di più?
In Ghana c’è un cibo chiamato fufu, ovvero manioca e piantaggine pestate in un enorme mortaio con un pestello (noi li chiamiamo wooduro e woma). L’atto di pestare questo cibo mi ha sempre interessato. Sono nato a Londra, ma sono tornato in Ghana quando avevo un anno e ho vissuto lì fino a otto anni, quando sono tornato. Vedere queste pratiche svolgersi per strada è stato assolutamente affascinante. Con la mia ricerca cerco di inquadrare queste esperienze in linea con la mia formazione, affrontandole rigorosamente come materie accademiche ma rivolgendo la lente su di me e sulla mia storia. Cercando di mostrare la bellezza interiore di queste pratiche, la bellezza che ho sempre visto.

Performance attorno al tavolo Communion – photo © Christian Cassiel

Un architetto è quasi come un regista, in un certo senso, perché crea un set per la vita degli altri. Da dove nasce il suo interesse per la performance?
Nei musei si trovano oggetti provenienti dall’Africa e dal Sud globale in generale. Sono sempre presentati in un formato specifico: scatola di vetro, plinto. Separazione. Ma in realtà questi manufatti non erano statici: erano dinamici, usati per performance, per rituali o semplicemente come strumenti quotidiani. Ciò che accade è quindi una dislocazione dall’oggetto materiale e dal suo lato umanistico. Per Communion ho realizzato una serie di film che lo hanno attivato. Una volta che lo si vede attivato, il lavoro è completo, si riesce a vedere l’intenzione che c’è dietro. Parla dell’idea che la performance può essere semplice come lavarsi le mani o come preparare il cibo. Il mio lavoro dice che in realtà abbiamo bisogno di interagire con le cose per sentirle intere, complete.

Black British Utopia (2022), installazione/film

È un modo per dare un senso alla vita, perché altrimenti è solo una ripetizione di atti. Può essere un senso artistico o anche religioso: i due ambiti spesso si sovrappongono.
Ci sono diversi artisti che hanno influenzato il mio lavoro. Vermeer, che tra i pittori reali ritraeva delle lattaie in cucina. Isamu Noguchi, il cui lavoro è una sinfonia di materiali e oggetti, composizione e forma. Carlo Scarpa, naturalmente: quando guardo uno dei suoi edifici, non vedo un architetto. Vedo un artista che sperimenta, proprio per quel livello di controllo e sensibilità.  Nella mia lista ci sono anche Theaster Gates, John Akomfrah, la scrittrice Toni Morrison.

Giles Tettey Nartey

Communion, dettaglio

Qual è la destinazione finale di progetti come Communion: museo, collezione privata, uso pubblico?
Vedo questi pezzi come esistenti in un contesto museale. Ma allo stesso modo, vedo anche il loro valore nell’essere usati in modo coerente e ripetitivo. Portati in Ghana, vengono utilizzati dalle comunità locali. In un certo senso, questo è molto più importante della presenza in un museo. Sto cercando di riformulare queste pratiche quotidiane dell’Africa occidentale come qualcosa da considerare come performance e come arte. Forse dovrei realizzare due pezzi per ogni progetto, uno per il contesto museale e uno da riportare indietro. Penso che questo sia il modo per conciliare i due aspetti, perché entrambi devono essere reali.

Communion alla mostra Class of ’24

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